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    Dirty Glass, i principali indagati restano in silenzio davanti al gip

    Finiti in un’indagine dell’Antimafia di Roma su un lungo elenco di affari sporchi che sarebbero stati fatti tra Latina e la Capitale, i principali indagati nell’inchiesta denominata “Dirty Glass” sono rimasti in silenzio nel corso dell’interrogatorio per rogatoria a cui li ha sottoposti il gip del Tribunale di Velletri, Gisberto Muscolo.Ad avvalersi della facoltà di non rispondere è stato l’imprenditore di Sonnino, Luciano Iannotta, presidente del Terracina Calcio e fino al giorno in cui la squadra mobile lo ha messo in carcere anche della Confartigianato di Latina, ritenuto al vertice di un sistema fatto di reati fiscali, tributari, fallimentari, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, intestazioni fittizie di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accessi abusivo a sistemi informatici, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto di armi da fuoco, con al suo servizio investigatori infedeli e pure uomini dei servizi segreti.
    E muti pure l’imprenditore Luigi De Gregoris e l’ex collaboratore di Iannotta, Natan Altomare, a lungo particolarmente attivo come manager della sanità e con eccellenti rapporti con la politica locale di Latina, sia con esponenti del centrodestra che con big del centrosinista.
    I tre, difesi dagli avvocati Silvia Siciliano, Ugo Cardosi e Pasquale Cardillo Cupo al momento hanno scelto di non rispondere alle domande del giudice e solo Altomare ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee dichiarandosi estraneo alle accuse a lui mosse.
    La prossima settimana saranno interrogati gli indagati messi agli arresti domiciliari: il colonnello dei Carabinieri Alessandro Sessa, ex comandante della compagnia di Latina e già coinvolto nel caso Consip, il luogotenente dell’Arma Michele Carfora Lettieri, ex comandante della stazione di Sezze, passato poi a Priverno, a Terracina e infine in servizio a Roma, l’imprenditore Franco Cifra, di Latina, i campani Antonio e Gennaro Festa, Thomas Iannotta, figlio di Luciano, e il campano Pio Taiani.

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    Estorsioni ed elezioni, al via il processo per Cetrone, Pagliaroli e i Di Silvio

    Al via il processo per l’ex consigliera regionale di centrodestra Gina Cetrone, l’ex marito Umperto Pagliaroli, e tre esponenti del clan Di Silvio, Armando Lallà, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma a capo di un’associazione per delinquere di stampo mafioso, e i figli Gianluca e Samuele.Il Tribunale di Latina ha ammesso le prove e le liste dei testimoni del pm Luigia Spinelli e delle difese.
    I giudici hanno inoltre accolto la costituzione di parte civile dell’associazione antimafia Caponnetto e rinviato poi l’udienza al prossimo 2 ottobre per conferire a un perito l’incarico di trascrivere le intercettazioni telefoniche.
    Gli imputati erano stati arrestati a gennaio dalla Mobile.
    Secondo l’Antimafia, l’imprenditrice di Sonnino ed ex consigliera regionale e l’ex marito avrebbero ingaggiato i Di Silvio per compiere estorsioni nei confronti di imprenditori da cui dovevano riscuotere del denaro o per farsi largo nel mercato e per gestire la campagna elettorale del 2016 per il rinnovo del consiglio comunale a Terracina, in cui era candidata anche la Cetrone.
    Il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo ha sostenuto che l’esponente del centrodestra arrestata, da cui i Di Silvio avevano “preso l’appalto” per la campagna elettorale a Terracina, già conosceva il clan “anche in relazione alle precedenti campagne elettorali di Maietta e Di Giorgi” nel capoluogo pontino.
    Dichiarazioni che, anche secondo il Tribunale del Riesame, avrebbero trovato “diversi riscontri”.
    A pesare inoltre le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, a sua volta ritenuto attendibile, il quale ha riferito ai magistrati: “Gestire la campagna della Cetrone significava avere soldi sia per i manifesti sia per acquistare i voti”.
    Ancora: “Gina era pressante e anche il marito Umberto, quindi dovevamo renderla visibile e se vedeva i manifesti di Procaccini da qualche parte si innervosiva”.
    Altre conferme alle ipotesi investigative, secondo la Dda di Roma, sono poi arrivate da una serie di intercettazioni, che smentirebbero le giustificazioni fornite dalla ex consigliera regionale nell’interrogatorio a cui è stata sottoposta dal gip dopo il suo arresto.
    Tra l’esponente del centrodestra e il clan vi sarebbe una “vecchia amicizia”, tanto che l’Antimafia ha recuperato messaggi Facebook tra la Cetrone e Riccardo risalenti al dicembre 2014.
    E la Cetrone sembra si stesse preparando anche per le regionali del 2018, dicendo a Riccardo: “Ci sono anche le regionali in vista Agostino”.
    A 24 ore dall’inizio del processo, in un post su Facebook, la Cetrone ha però scritto: “Dannosissima è l’ingiustizia, che ha mezzi per nuocere.” (Aristotele). Falcone e Borsellino sono nel mito perché hanno vinto i processi contro la Mafia … Io e chissà quante altre persone INNOCENTI in Italia, ci troviamo di fronte ad indagini di ordine terzo che usurpano il lemma “Mafia”. Noi qui, invece, ci troviamo di fronte a soggetti che su tale usurpazione vogliono fare carriera passando sui corpi di persone INNOCENTI! Noi qui, invece, ci troviamo di fronte a persone che ritengono di aver fatto un buon lavoro soltanto perché hanno concluso le indagini! È ora di dire BASTA! I cittadini hanno bisogno di essere informati principalmente sulle topiche di taluni Magistrati e di taluni investigatori: troppo spesso si incensano tali Magistrati e tali investigatori, ma soltanto alla fine delle indagini. E’ sbagliato!!! Occorre attendere la fine del processo”.

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    Maltrattamenti all’asilo di via degli Aurunci, condannata la maestra

    Un anno e quattro mesi di reclusione. Questa la condanna inflitta alla maestra della scuola materna di via degli Aurunci, a Latina, accusata di maltrattamenti nei confronti dei piccoli a lei affidati e sospesa un anno fa dal servizio su ordine del gip.A emettere la sentenza, dopo che la 64enne ha scelto di essere giudicata con rito abbreviato e dunque allo stato degli atti, è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota.
    Una condanna richiesta per la maestra, andata nel frattempo in pensione e che non ha mai più messo piede in classe, dal pubblico ministero Simona Gentile.
    L’avvocato Leone Zeppieri aveva chiesto per l’imputata la derubricazione del reato in abuso di mezzi di correzione, ma il giudice ha mantenuto l’accusa di maltrattamenti e ha disposto per i familiari degli alunni, costituitisi parte civile, un risarcimento da quantificare in sede civile.
    La maestra, accusata di maltrattamenti nei confronti di 25 bambini, è stata sospesa dal servizio nel maggio dell’anno scorso per un anno, dopo le indagini avviate a seguito di una denuncia presentata due mesi prima dai familiari di una delle alunne, che si erano insospettiti vedendo la figlia vittima di disturbi del sonno, inappetente e solita mimare il gesto dello schiaffo.

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    Touch & Go, spuntano i nomi di Stefanelli e Signore

    Nell’imponente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, denominata “Touch & Go” e che due mesi fa ha portato a 22 arresti tra le province di Latina, Napoli, Isernia e Caserta, ipotizzando la costituzione di un’organizzazione criminale dedita al traffico di droga e armi nel sud pontino, con metodi mafiosi, spuntano i nomi dell’attuale sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, e dell’avvocato minturnese Massimo Signore. I nomi dei due, che è subito opportuno sottolineare non è noto al momento se siano indagati, emerge dagli atti trasmessi dai carabinieri del Nucleo operativo di Formia alla Dda, ipotizzando, ben 12 anni fa, un loro coinvolgimento nello spaccio di sostanze stupefacenti. Al momento degli arresti gli investigatori avevano specificato che “Touch & Go” è partita nel 2015, ma al vaglio dell’Antimafia c’è ora anche materiale relativo ad indagini precedenti.Il carteggio in cui compaiono i nomi di Stefanelli e Signore è quello su un’indagine denominata Themis, tra i più antichi nomi della giustizia in Grecia. Accertamenti sullo spaccio di sostanze stupefacenti compiuti dai militari dell’Arma, che coinvolgono oltre novanta persone. Nello specifico, gli investigatori ritengono che il minturnese Giuseppe Fedele, che in “Touch & Go” è inquadrato come l’obiettivo che il gruppo legato alla camorra di Secondigliano intendeva colpire per imporsi nel controllo delle piazze di spaccio del sud pontino, tra Gaeta, Formia e Minturno, e la compagna Lidia Caiazzo, tramite il fratello di quest’ultima, Marco Caiazzo, vendessero cocaina all’avvocato Signore, che insieme a Stefanelli l’avrebbe ceduta a terzi. Nel novembre scorso la Guardia di finanza di Formia, a Castelforte, aveva arrestato il fratello del sindaco di Minturno, Giuseppe Stefanelli, e altre due persone, ritenendo che avessero lanciato dal finestrino dell’auto cocaina e crack. Tali arresti non vennero però convalidati dal gip del Tribunale di Cassino, mancando la flagranza di reato, e la difesa parlò di un “clamoroso errore giudiziario”.

    Negli atti al vaglio dell’Antimafia, i carabinieri ritengono che attorno all’11 maggio 2008, tra Minturno, Latina e Roma, Fedele, i Caiazzo, Signore e Stefanelli, “in concorso tra loro e con soggetti non identificati”, “con più condotte esecutive del medesimo disegno criminoso”, abbiano i primi tre illecitamente acquistato, detenuto e ceduto a Signore e “indirettamente” a Stefanelli, “in più circostanze e per il successivo smercio”, cocaina in quantità superiori ai 50 grammi, in cambio di un corrispettivo in denaro pari a tremila euro. Sempre per i carabinieri, Signore e Stefanelli avrebbero poi diviso tra loro quella droga “al fine di cederla successivamente a terze persone”. Alla luce di alcune intercettazioni telefoniche, i carabinieri specificano che l’avvocato “probabilmente” tratteneva una parte di quella cocaina e la restante la consegnava “a un soggetto della zona che fa l’autista a un senatore della Repubblica, che la smercia a Latina e Roma”. Tale soggetto è stato poi indicato dai carabinieri in Gerardo Stefanelli, ex autista del senatore Michele Forte, ex esponente dell’Udc di cui era leader in provincia il defunto senatore, poi sindaco con il Pd e ora esponente di Italia Viva. Questo quel che risulta agli atti dell’Antimafia di Roma.

    Opportuno però ribadire che non vi sono notizie al momento su eventuali inscrizioni di Signore e Stefanelli sul registro degli indagati, che la vicenda che fa loro riferimento è datata e che i due, fino ad eventuale sentenza definitiva contraria, devono essere considerati completamente innocenti.

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    Covid, il Tar conferma la chiusura delle discoteche: respinto il ricorso dei gestori

    Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dall’Associazione dei gestori delle sale da ballo per riaprire le discoteche, chiuse dal Governo per i rischi derivanti dall’incedere dai contagi da Covid-19. E’ prevalso l’interesse pubblico a tutela della salute.  Ecco quanto si legge nelle motivazioni che hanno portato i giudici amministrativi a rigettare le istanze dei gestori delle discoteche: “Nel bilanciamento degli interessi proprio della presente fase del giudizio, la posizione di parte ricorrente risulta recessiva rispetto all’interesse pubblico alla tutela della salute nel contesto della grave epidemia in atto” e “tale interesse costituisce l’oggetto primario delle valutazioni dell’Amministrazione, caratterizzate dall’esercizio di un potere connotato da un N. 06595/2020 REG.RIC. elevato livello di discrezionalità tecnica e amministrativa in relazione alla pluralità di interessi pubblici e privati coinvolti e all’esigenza di una modulazione anche temporale delle misure di sanità pubblica nella prospettiva del massimo contenimento del rischio”.

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    Scarcerazione anticipata negata a Giuseppe Pasquale Di Silvio

    Troppo pericoloso per poter uscire anticipatamente dal carcere.Anche la Corte di Cassazione non fa sconti a Giuseppe Pasquale Di Silvio e lascia il 32enne di Latina dietro le sbarre, confermando l’ordinanza in tal senso emessa il 21 gennaio scorso dal Tribunale di sorveglianza di Roma.
    L’esponente dell’omonima famiglia di origine nomade, protagoniste della cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom nel 2010, sta espiando la pena relativa al provvedimento di cumulo preso dalla Procura della Repubblica di Latina il 2 marzo 2019.
    Ha chiesto il differimento facoltativo della esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, da eseguirsi presso una struttura per trattamenti psichiatrici intensivi, ovvero presso il domicilio paterno con obbligo DSM.
    Una richiesta giustificata con gravi motivi di salute psichiatrica.
    Esaminando le relazioni del carcere, il Tribunale di sorveglianza e poi la Cassazione hanno però evidenziato che Giuseppe Pasquale Di Silvio sta seguendo una terapia farmacologica e trattamenti psicologici riabilitativi, anche di gruppo, presso la sezione in cui si trova rinchiuso ed è seguito dal SERD interno.
    Le sue condizioni di salute sono state ritenute poi “adeguatamente fronteggiabili” in carcere e per i giudici non ricorrono le condizioni per il differimento facoltativo richiesto, non trovandosi il 32enne “in uno stato di infermità psichica talmente grave da rendere inumana l’espiazione della pena e non comprenderne il valore rieducativo”.
    A pesare è stata però soprattutto la pericolosità sociale del condannato, sottolineata in una nota della questura di Latina del 7 giugno 2019.
    Nella nota viene riferito dell’inserimento di Giuseppe Pasquale Di Silvio, “con poteri sempre maggiori, nell’omonima associazione di criminalità organizzata e della frequente irregolarità della sua condotta penitenziaria, caratterizzata dalla partecipazione ad una rissa aggravata con undici detenuti nel carcere di Viterbo e da due vicende durante la detenzione nel carcere di Velletri, per concorso in resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento, oltreché per avere incitato i familiari durante un colloquio a commettere un attentato, per dimostrare il potere criminale del clan di riferimento”.
    La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato il ricorso del 32enne inammissibile.

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    Sangue infetto: risarcimento da 620mila euro per la morte di un carabiniere di Latina

    “Quando la giustizia funziona. Quattro cause e quattro risarcimenti in 12 anni andati tutti in porto. L’ultimo di 620mila arriverà per accordo con lo Stato.La prima battaglia legale era iniziata nel 2008 quando un carabiniere in pensione di Latina ha chiesto al tribunale di Latina il riconoscimento dell’indennizzo previsto dalla legge numero 210 del 1992 in favore dei soggetti danneggiati da trasfusioni di sangue infetto. L’uomo era stato trasfuso negli anni ‘70 presso l’ospedale di Pieve di Cadore.
    La causa però non era andata bene e l’avvocato Renato Mattarelli, che ha assistito l’uomo finché è rimasto in vita, ha dovuto ricorrere alla corte d’appello di Roma che nel 2013 ha finalmente riconosciuto l’indennizzo richiesto circa 800 euro al mese.  
    La seconda e più complessa battaglia legale è iniziata nel 2012 quando l’uomo ha chiesto al tribunale di Roma di condannare il ministero della salute per tutti i danni patiti a seguito delle gravi infezioni di epatite da emotrasfusioni.   Infatti ad integrazione dell’indennizzo che è una specie di pensione l’uomo ha chiesto ed ottenuto, purtroppo dopo la sua morte avvenuta nel 2016, un ulteriore risarcimento integrale di tutti i danni e quindi non soltanto il danno creato dalla cirrosi epatica ma anche il danno da vita rovinata, dalla sindrome depressiva reattiva alla consapevolezza del contagio.
    Questa seconda ulteriore condanna del ministero della salute a circa 400mila euro non è stata festeggiata dall’uomo che è deceduto qualche mese prima della sentenza.
    La terza battaglia – avanzata questa volta dagli eredi del povero carabiniere di Latina – è terminata con il pagamento di un emolumento di circa 78mila euro dovuto dalla speciale legge 210/1992 in favore degli eredi di chi a seguito di emotrasfusioni è deceduto.  
    La quarta battaglia, iniziata recentemente nel 2018 dagli eredi dell’uomo con l’avvocato Renato Mattarelli ha contestato al Ministero della salute, non più e non soltanto i danni che il loro congiunto aveva patito in vita ma, anche il danno morale patito personalmente per l’uccisione e l’omicidio colposo del loro congiunto.
    Ma, quest’ultima volta il Ministero della Salute ci ha pensato bene a difendersi davanti al tribunale che ha imposto allo Stato di sottostare ad una transazione e quindi ad un accordo in corso di causa, con gli eredi dell’uomo di Latina deceduto. Il giudice ha infatti imposto alle parti in causa di risolvere bonariamente il giudizio al fine di evitare una evidente condanna del ministero della salute.
    Per questa ragione nella prima settimana di agosto è pervenuta al all’avvocato Renato Mattarelli una proposta transattiva per la chiusura della causa con un pagamento a saldo e stralcio di circa 620mila euro in favore degli eredi.
    Questa volta la giustizia è davvero arrivata per ben quattro volte di seguito dovendo però, questa volta, fare i conti con la morte di una persona che non godrà mai di queste ingenti somme.
    Quello del sangue infetto – ha commentato l’avvocato Mattarelli – resterà ancora per molti anni una delle principali piaghe sanitarie che hanno fatto vergognare lo Stato italiano per le sue gravi omissioni nei controlli del sangue per uso terapeutico, in particolare nel periodo che va dalla metà degli anni ‘60 a metà degli anni ‘90.
    DAL SANGUE INFETTO ALLO SCANDALO DEL COVID-19
    A proposito di mancanza di controlli e di ritardi nell’attuazione della prevenzione sanitaria, l’avvocato Mattarelli che assiste in Italia centinaia di danneggiati da trasfusioni di sangue infetto, sta verificando le similitudini fra lo scandalo del sangue infetto con quello del potenziale scandalo del Covid-19 giungendo ad uno studio di fattibilità di azioni giudiziarie.
    Anche se apparentemente distanti infatti i casi di sangue infetto e quelli da Covid-19 hanno invece delle grandi similitudini riassumibili sinteticamente nella
    mancata attuazione del piano sanitario sulla prevenzione e gestione delle pandemie del Ministero della Salute. Gli obiettivi di sanità pubblica non sono stati rispettati già dalla fase 0 del periodo interpandemico per sottovalutazione del rischio: i livelli 0 e 1 e a calare tutte le fasi successive non furono attivate e non avrebbero identificato i rischi. Nella fase iniziale interpandemica, che nel caso italiano corrisponde più o meno al mese di febbraio, si sottolinea nel piano la necessità di individuare “appropriati percorsi per i malati o sospetti tali” e “censire le disponibilità di dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti”.
    Carenza prolungata dei dispositivi per la ventilazione,
    ritardo nella tempestiva attuazione del lockdown nazionale del 9 marzo a distanza di 38 giorni dalla dichiarazione dell’emergenza sanitaria del 31 gennaio,
    consapevole ritardo nella dichiarazione dell’emergenza del 31 gennaio e omessa informazione alla popolazione dei rischi di immediato contagio: è stato proprio il Presidente del Consiglio ad affermare pubblicamente l’esistenza di un documento secretato redatto già in data 20 gennaio definito “…tanto allarmante da preferire di non divulgarlo per non spaventare i cittadini…” sostenendo che “…quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio…”.Secondo indiscrezioni il documento contiene tre scenari per l’Italia, uno dei quali troppo drammatico per essere divulgato senza scatenare il panico tra i cittadini. Per questo il piano è stato secretato. Lo scenario peggiore avrebbe previsto tra i 600 mila e gli 800 mila morti. Ma se in quelle 55 pagine conosciute dalla fine di gennaio si capiva che il rischio per il Paese era altissimo perché nessun provvedimento è stato preso fino al primo di marzo?
    Imprudente disposizione del Ministero della Salute di far di ometter le autopsie sui deceduti da Covid-19 impedendo e ritardando la scoperta della potenziale utilità dell’eparina per sconfiggere il Covid-19.
    Negligente decisione di sottoporre a test solo i sintomatici per poi scoprire che l’80% dei contagi proveniva proprio dagli asintomatici non testati. ( La prova dell’errore venne data dalla decisione contraria della regione Veneto che applicando il cd “Tampone a strascico” ha evitato ed arginato la diffusione del virus).
    Mancata e prolungata assenza di dispositivi di protezione del personale sanitario”.

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    Arrestato Sciarretta, ex patron del Latina calcio: deve scontare 4 anni e 8 mesi

    La Polizia di Stato del Commissariato di Cisterna, in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma, ha tratto in arresto Antonio Sciarretta, settantenne imprenditore di Cori ed ex patron del Latina Calcio.Dovrà espiare in totale quattro anni ed otto mesi di reclusione per un cumulo pene comminato a seguito di nove condanne penali, divenute definitive.
    L’uomo è stato giudicato colpevole di molteplici reati soprattutto in materia economico finanziaria – tra i quali una bancarotta fraudolenta aggravata dalla rilevanza del danno patrimoniale arrecato – sui quali indagarono a lungo le Fiamme Gialle della Guardia di Finanza.
    Al termine delle formalità di rito, Sciarretta è stato associato presso la casa circondariale romana di Rebibbia.

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    Reati fiscali e società immobiliare di comodo, sequestro confermato

    Confermato dalla Corte di Cassazione il sequestro disposto a carico di un 75enne di Latina, Lino Cavinato, legale rappresentante della Andale srl, terzo estraneo in un’indagine a carico, tra gli altri, del figlio Gianluca, un professionista del capoluogo pontino, accusato di omesso versamento di ritenute dovute o certificate e di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.L’anziano, che invece non è indagato, si è visto mettere i sigilli a un appartamento in via Vincenzo Monti, al altri quattro immobili di proprietà della Andale e a un conto corrente.
    Un sequestro finalizzato alla confisca, già avallato dal Tribunale del Riesame di Latina.
    Per il 75enne, i giudici hanno ritenuto che gli immobili sequestrati appartenessero al figlio senza dimostrare che la società Andale, che ne è titolare, sia uno schermo fittizio attraverso cui l’indagato ha cercato di occultare i beni a lui riferibili.
    L’anziano imprenditore ha inoltre specificato di aver già provato, con la documentazione depositata, che gli acquisti sarebbero stati regolari e dunque che la srl di cui è legale rappresentante non è una “mera società immobiliare di comodo” utile per delle intestazioni fittizie di immobili.
    Il ricorso è stato però dichiarato inammissibile dalla Cassazione.
    Per la Suprema Corte, il Riesame, alla luce delle indagini svolte dalla Guardia di finanza, ha “logicamente spiegato” le ragioni per cui ha ritenuto la disponibilità in capo al figlio del ricorrente dei beni immobili in questione.
    Le Fiamme gialle avrebbero infatti accertato il coinvolgimento del professionista all’interno della società Andale, proprietaria degli immobili, considerando che la sede legale della srl è in via Monti, nell’appartamento sul quale il figlio del ricorrente vanta il diritto di abitazione, che la pec riportata sulla visura della società corrisponde all’indirizzo riferibile allo studio del quale l’imputato è legale rappresentante, che sul conto corrente bancario intestato al ricorrente è stata accreditata la somma di 100.500 euro da una provvista “riconducibile all’imputato e al suocero del medesimo”, somma poi girata proprio alla Andale, e che sul conto corrente intestato alla Andale è stata accreditata la somma di 20.000 euro proveniente da un conto corrente cointestato a Lino e a Gianluca Cavinato.
    I giudici hanno poi specificato che la Andale, “società dotata di notevole capitale e proprietaria di diversi immobili acquistati con risorse finanziarie di cui non è certa né nota la provenienza”, a far data dalla sua costituzione ha presentato dichiarazioni annuali in perdita, né risulta che abbia mai prodotto reddito, “da ciò desumendo che trattasi di una società immobiliare di comodo“.
    E a tal fine è stato evidenziato che dalle ricevute di bonifico attestanti il versamento dei canoni di locazione degli immobili in via Doria, a Nettuno, emerge come il corrispettivo della locazione sia stato versato non sul conto corrente della Andale ma su quello che risulta intestato a Gianluca Cavinato, “da ciò traendo conferma del carattere simulato dei contratti e dell’intestazione solo fittizia dei beni, in quanto, nella sostanza, il versamento del canone è avvenuto da Cavinato in favore di se stesso”.
    Una situazione analoga, sempre per i giudici, è stata poi riscontrata con riguardo “all’asserito versamento dei canoni relativi all’immobile sito in via Nervi”, a Latina.
    Sigilli dunque confermati e Lino Cavinato condannato anche a pagare le spese processuali e e a versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.

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    Avvocato “sequestrato”: tutti condannati ma non è mafia

    Tutti condannati nel processo scaturito dall’inchiesta denominata Stelvio, relativa a un avvocato penalista del foro di Santa Maria Capua Vetere che secondo gli inquirenti è stato sequestrato a febbraio a Latina da un cliente, picchiato e costretto a firmare cambiali per oltre centomila euro per non aver ottenuto i risultati sperati in alcuni giudizi penali e civili, ma senza aggravante del metodo mafioso.Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Paola Della Monica, ha condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, a fronte di una richiesta di 20 fatta dal pm Antonio Sgarrella, il 44enne Ernesto Pantusa, di Latina, a un anno e mezzo Fabrizio Fava, di Tivoli, a due anni, Salvatore Carleo, di Morena, e a due anni Debora Fiorucci, di Sermoneta, per i quali erano stati chiesti 12 anni di carcere.
    Il legale campano, con segni ancora evidenti sul viso e sul corpo del pestaggio subito, il 25 giugno 2019 si presentò presso il comando provinciale dei carabinieri di Latina, denunciando di essere stato sequestrato, picchiato, minacciato con un manganello, rapinato di 2.300 euro in contanti, di effetti personali e dell’auto, una Bmw X6, e costretto a firmare cambiali e scritture private per 110mila euro.
    L’avvocato riferì agli investigatori di essere stato contattato da un suo cliente del capoluogo pontino, Ernesto Pantusa, che gli aveva chiesto di poter assistere un amico e per tale ragione gli aveva dato appuntamento nei pressi della Procura.
    A quel punto però il legale sarebbe stato costretto a salire su un’auto, un suv Alfa Romeo Stelvio, da cui il nome dato all’inchiesta, e condotto in un capannone alla periferia della città, nei pressi di Borgo Bainsizza, dove sarebbero subito iniziate le violenze.
    Pantusa sarebbe stato raggiunto da quelli che sono stati inquadrati dagli inquirenti come suoi complici, la 51enne Debora Fiorucci, di Sermoneta, e i romani Salvatore Carleo e Fabrizio Fava, di 63 e 62 anni.
    Un incubo durato cinque ore, nel corso delle quali l’avvocato sarebbe stato accusato di non aver ottenuto i risultati sperati in alcuni giudizi penali e civili, per costringerlo a versare il denaro come “risarcimento”.
    Gli indagati avrebbero inoltre paventato il possibile intervento di un esponente della criminalità organizzata casertana se non avesse pagato.
    Ma l’accusa di mafia non ha retto e le ipotesi iniziali sono state notevolmente ridimensionate.

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    Inchiesta Scudo, due condanne e sette rinvii a giudizio

    Due condanne e sette rinvii a giudizio per gli imputati nell’inchiesta denominata Scudo, dal nome in gergo dato dagli imputati al denaro, relativa a due presunti gruppi criminali impegnati nello spaccio di sostanze stupefacenti, nell’usura e nelle estorsioni.Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone, ha condannato Antonio Di Silvio a 6 anni e 7 mesi di reclusione e Sabrina Narducci a due anni e mezzo di reclusione, dopo che i due hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato e dunque allo stato degli atti, puntando allo sconto di un terzo dell’eventuale pena.
    Disposto poi un processo per Annunziato Costantino, di Nettuno, Giovanni De Falco, di Ariccia, Daniele Di Marco, di Genzano, Sabatino Morelli, Vasile Lupan, Cristian De Rosa e Leonardo Sciarrillo De Rosa, fissando per loro la prima udienza, davanti al Tribunale di Latina, per il prossimo 14 ottobre.
    Era il 3 dicembre scorso quando, tra il capoluogo pontino e Aprilia, scattarono otto arresti nell’ambito dell’inchiesta Scudo, partita dalle indagini su un tentativo di suicidio.
    Di Silvio e il cugino Morelli sono finiti accusati di intermediazione finanziaria abusiva, per un prestito a trassi usurari a un imprenditore di Campoverde.
    Una vicenda che prende le mosse dalla decisione dell’imprenditore di acquistare per 4.500 euro dallo stesso Costantino un’auto usata.
    L’acquirente poi, non potendo pagare, avrebbe chiesto al venditore una sorta di finanziamento, concesso utilizzando il denaro di Di Silvio e Morelli e frutto dell’attività di spaccio nella zona cimitero a Latina.
    L’imprenditore a quel punto sarebbe stato minacciato pesantemente sollecitando la restituzione della somma, si sarebbe ammalato ammalato e le minacce sarebbero comunque andate avanti, anzi sarebbero state estese pure alla moglie e ai figli, fino al tentativo di suicidio.

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    Battaglia su un fondo agricolo a Borgo Carso, arriva il dissequestro

    Annullato dal Tribunale del Riesame di Latina il sequestro di un fondo agricolo a Borgo Carso al centro da anni di denunce e contenziosi tra un imprenditore agricolo che lo aveva preso in affitto e la proprietaria.Al bene erano stati apposti i sigilli su ordine del gip Giuseppe Molfese, accogliendo così la richiesta del sostituto procuratore Valerio De Luca.
    L’imprenditore che aveva in affitto il fondo agricolo, presentata un’altra denuncia, ha accusato la proprietaria del fondo stesso e i due figli, tutti di Latina, di aver messo un lucchetto all’ingresso del terreno, nonostante fosse ancora pendente una causa civile, impedendogli così l’accesso e di mandare avanti la sua azienda agricola impegnata nella coltivazione di kiwi.
    Una denuncia per cui il sostituto procuratore De Luca ha indagato la donna e i due figli con l’accusa di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
    Il decreto di sequestro è stato però impugnato dai tre, tramite l’avvocato Maria Antonietta Cestra, che ne ha ottenuto l’annullamento dal Riesame, sostenendo tra l’altro che il contratto di affitto del fondo rustico è scaduto il 1 dicembre 2018.

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